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Collocazione
ad Argo
Ipotesi
P. Moreno
Bronzo
A: Tideo,
(Hageladas, 450 a.C.)
Bronzo
B: Amfiarao,
(Alkamenes, 440 a.C.)
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Le
critiche alle ipotesi precedenti
La più recente ipotesi sui due Bronzi da Riace si deve
ad una accurata ricerca di P. Moreno, che, in uno
studio monografico, tenendo conto di tutte le
attribuzioni e le interpretazioni precedenti, è
riuscito a focalizzare, a nostro avviso, un certo
numero di dati certi.
In
primo luogo, il Moreno ha attaccato con decisione le
attribuzioni precedenti, scartando per il Bronzo A,
a causa della sua evidente carica ostile, la
possibilità di vedervi un atleta o uno dei benevoli
protettori delle tribù dell'Attica o un eroe
eponimo, come Aiace di Salamina, che dava nome
all’Aiantide. Proseguendo nel suo ragionamento il
volto ricco di pathos e di tensione ideale
del Bronzo B non gli sembra adattarsi con i
tentativi di riconoscervi un personaggio storico. I
confronti sembrano dare piena ragione all’ipotesi
dello studioso, come attesta il volto del ritratto
di Temistocle, che si vede ancorato alla reale, o
supposta, fisionomia dello statista.
Contrariamente
ad una parte del mondo scientifico, il Moreno
ritiene che le due statue debbano appartenere ad un
unico gruppo statuario. Le motivazioni di questa
ipotesi si dimostrano convincenti e motivate,
soprattutto perché sembrano andare oltre il
celebrato, ma opinabile,”occhio” dell’esperto,
affinato nel cogliere impercettibili differenze
stilistiche, e si ancorano, invece, sul terreno più
stabile delle considerazioni tecnico-scientifiche.
Scartato
il principio di autorità, cui troppo spesso si è
fatto ricorso nella storia degli studi sui Bronzi da
Riace, l’ipotesi del gruppo statuario unitario si
basa, in primo luogo, sui risultati dell’intervento
dell'Istituto Centrale del Restauro, tra il 1992 e
il 1995, che aveva come obiettivo quello di
rimuovere, con l’ausilio di strumenti di
microchirurgia appositamente modificati, la terra di
fusione dall'interno dei bronzi, per evitare la
corrosione del metallo che essa apportava. Dopo la
pubblicazione dei dati emersi, si può affermare che
le analisi hanno dimostrato che per l’esecuzione
delle statue, tutte e due, è stato utilizzato il
sistema “diretto”, che prevedeva che la cera
fosse posta in sfoglie di crini e di cera sopra il
positivo di terra, che era stata precedentemente
cotta, intorno ad uno scheletro di ferro. I
realizzatori delle statue da Riace, quindi, non
hanno utilizzato il sistema “indiretto”, che
garantiva l’Artista in caso di cattiva riuscita
della fusione, mediante l’uso di copie delle
matrici riutilizzabili. Il sistema adottato si
dimostrava molto più rischioso, e prevedeva una
sicurezza dei mezzi utilizzati di cui abbiamo
traccia per poche opere coeve.
Anche
la simmetria dell’atteggiamento delle due statue
è stata vista da Moreno come prova di una loro
appartenenza ad un gruppo unitario, in una
“sfida” tra due diversi Artisti nell’eseguire
il medesimo schema compositivo.
Altri
elementi parlano, secondo lo studioso, a favore di
una ideazione unitaria, quali le proporzioni, che
sono per entrambi quelle slanciate tipiche del
periodo severo con i relativi stilemi relativi a
quell’epoca, come le gambe lunghe e più strette
al ginocchio, spalle allargate nel punto
dell'articolazione delle braccia e la testa piccola.
Con un argomento più tecnico, al Moreno il tutto
sembra parlare un linguaggio artistico anteriore
alle statue “quadrate” della maturità di
Policleto.
Ancora:
le terre di fusione ritrovate all’interno delle
due statue parlano con certezza di una realizzazione
ad Argo del Bronzo A e forse anche del Bronzo B,
anche se non si può escludere per quest’ultimo
l’Attica, ma solo per un problema di mancanza di
carte geologiche per i confronti. Andando contro
l’ipotesi di P. Moreno, durante l’ultimo
convegno a Reggio gli esperti che hanno eseguito le
analisi hanno dichiarato che la terra di fusione
delle due statue è stata prelevata a poche
centinaia di metri l’una dall’altra, dato che ci
sembra definitivo per l’idea di un gruppo
statuario unico.
Rimarchiamo,
per parte nostra, che queste analisi hanno provato
ciò che a molti studiosi era parso evidente fin dal
rinvenimento delle due statue: il Bronzo A appare
marcatamente “non attico”.
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Due
confronti per i bronzi?
L’ipotesi di
P. Moreno tiene conto anche di due confronti con la pittura
vascolare che sono stati proposti per le due statue da Riace. Il
primo, salutato dal mondo scientifico con grande entusiasmo al
momento della sua divulgazione da parte del grande archeologo F.
Giudice, consiste in una similitudine trovata con una lekythos
(vaso per unguenti) a fondo bianco del “Pittore di Achille”,
in cui si vede una figura di Achille stante con elmo, lancia,
spada a tracolla e scudo. La trattazione delle masse muscolari
ed il ritmo complessivo hanno fatto ipotizzare una derivazione
dalla Statua A da Riace. Il secondo confronto è stato operato,
invece, con un vaso a figure rosse del “Pittore di Licaone”,
in cui il guerriero rappresentato è mostrato con elmo, lancia,
spada a tracolla, scudo, clamide sulle spalle e patera per il
sacrificio.
I due confronti,
su cui molto stato scritto, ci sembrano molto lontani dai due
Bronzi da Riace. Il primo guerriero, Achille, indossa un elmo
trace e non corinzio e tiene la lancia in modo molto diverso da
quello delle due statue di Reggio; il secondo è ancora più
diverso, presentando una patera ed una clamide, assolutamente
improponibili. In entrambi, poi, è presente una spada a
tracolla che non trova riscontri nelle statue del Museo
Nazionale della Magna Grecia di Reggio.
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L' ipotesi
di Tideo e Amfiarao
Le
considerazioni espresse hanno portato il Moreno ad avanzare una
ipotesi globale: le due statue apparterrebbero ad un donario di
Argo, nel Peloponneso, raffigurante “I sette a Tebe”, opera
di Hageladas di Argo (Bronzo A) e di Alkamenes di Atene (Bronzo
B). Pur se realizzati da due artisti diversi (uno nel 450 a.C.
ca. e l’altro un decennio dopo), ugualmente il Moreno crede
all’unicità della ideazione dell’intero gruppo, che
inglobava anche gli altri cinque eroi della sfortunata impresa.
Nell’ambito di questa interpretazione, nel Bronzo A sarebbe da
identificare l’eroe Tideo, per il carattere ferox che
mostra e, soprattutto, per i denti di argento che sono mostrati
tra le labbra dischiuse. I denti visibili, secondo il linguaggio
iconografico, farebbero riferimento all’empio morso dato,
durante la battaglia, al tebano Melanippo, dopo averlo già
ferito a morte. Per il Bronzo B, a dire di P. Moreno, sarebbe da
vedere l’indovino Amfiarao, perché sempre ricordato insieme a
Tideo, e, soprattutto, per la presenza della “cuffia
dell’indovino” sotto l’elmo.
Le nuove attribuzioni sono dimostrate, secondo P. Moreno, da un
certo numero di indizi stilistici, legati a confronti con opere
molto note della storia dell’arte greca, ed, in particolare,
con il ciclo delle metope e i due frontoni del Tempio di Zeus ad
Olimpia, opera, secondo il medesimo studioso, proprio di
Hageladas e Alkamenes.
Rimangono, però, alcuni punti deboli: i confronti con la ceramica attica
non sembrano persuasivi; non ci risulta peraltro chiaro come due
artisti non citati dalle fonti abbiano potuto realizzare il
gruppo statuario ad Argo, attribuito dagli antichi ad altri
scultori; l’indizio iconografico dei denti non ci sembra
cogente per identificare un Tideo di cui non è stato offerto
nessun confronto; non ci sembra molto convincente che il Bronzo
B raffiguri Amfiarao solo perché è spesso nominato con Tideo,
soprattutto se, come vedremo, cade l’ipotesi che vedeva nella
cuffia sotto l’elmo un copricapo degli indovini.
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Tideus di Hageladas
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Amphiaraos
di Alkamenes
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La
ricostruzione dei Bronzi operata da P. Moreno
Partendo dalla ricostruzione relativa al Bronzo A, dobbiamo
notare come l’eroe raffigurato non possa portare un
giavellotto ma una lancia; che lo scudo, così come è
disegnato, ci appare troppo piccolo e non da oplita; la spada a
tracolla è completamente inventata.
In particolare, il giavellotto è stato ipotizzato dal Moreno
per la presenza di un foro all’altezza del dito indice della
mano destra della statua, che, a suo avviso, faceva riferimento
alla correggia di cuoio che serviva a scagliare l’akontion
a distanza maggiore e con migliore precisione. Ma l’idea
stessa di un giavellotto in statue di eroi opliti, per la
mentalità antica, era semplicemente offensivo, dato che il
mondo classico considerava le armi da lancio tipiche di
personaggi non dotati del coraggio necessario a fronteggiare il
nemico a viso aperto. Il giavellotto era arma di peltasti o di psiloi,
mercenari stranieri o appartenenti alle classi più basse della
scala sociale, non certo di eroi guerrieri. Lo scudo, che era
piccolo nell’ipotesi Di Vita perché faceva riferimento ad
oplitodromi e non a guerrieri, doveva essere, come si vede dai
segni rimasti, l’hoplon o aspis, tipico del
fante oplita, nerbo degli eserciti greci di epoca classica. Il parazonion,
la spada a tracolla con bandoliera, invece, è completamente di
fantasia, non essendoci sulle statue traccia di questa arma.
Venendo ora al
Bronzo B, dobbiamo dire che la ricostruzione della cuffia è
fortemente inesatta; lo scudo è troppo piccolo; la spada a
tracolla è completamente inventata, come pure la corona
d’alloro sull’elmo. Il particolare della
ricostruzione della cuffia è di particolare importanza per
l’identificazione del personaggio rappresentato nel Bronzo B:
il Moreno, infatti, è convinto che si tratti dell’indovino
Amfiarao, proprio per il particolare della “cuffia
dell’indovino”, che si intravede sotto l’elmo. In verità,
cosa sia questa cuffia dell’indovino non siamo proprio
riusciti a capirlo. In un colloquio privato, il Professore
Moreno ci ha detto che pensa a qualcosa di simile all’apex,
ma tale ipotesi ci sembra sia da scartare con grande decisione:
in primo luogo l’apex, dall’inconfondibile forma
peculiare, è proprio della religione romana, e non ve n’è
traccia in Grecia; secondariamente, la forma dell’apex
è totalmente diversa ed incompatibile rispetto a ciò che si
riesce a ricostruire in base ai segni nel bronzo.
Rimandando a quanto detto per il Bronzo A per lo scudo e il parazonium,
spendiamo qualche considerazione relativamente alla corona
d’alloro sull’elmo, che ci sembra completamente
ingiustificata. In un altro colloquio con P. Moreno, abbiamo
ascoltato che sarebbe sua opinione che tale corona abbia
lasciato traccia in alcuni appoggi sul collo del Bronzo B: i
confronti con le statue e con le monete in cui compare l’elmo
corinzio con corona d’alloro, però, mostrano con chiarezza
che la corona si trova nella parte mediana dell’elmo stesso, e
mai si appoggia così in basso. Del resto, la ricostruzione di
P. Moreno, semplicemente “cancella” tutti i segni nel bronzo
che non riesce a spiegare.
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