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Collocazione a Locri Epizefiri


Ipotesi Sandro Stucchi

Bronzo A: Euthymos vincitore a Temesa 
(Pitagora di Reggio, poco dopo il 470 a.C.)
Bronzo B: Euthymos pugile eroizzato dopo la morte (artista magnogreco, poco prima del 425 a.C.)

                

Secondo l’archeologo Sandro Stucchi, i Bronzi da Riace rappresenterebbero entrambi l’eroe locrese Euthymos. Seguendo il mito, Euthymos avrebbe debellato un demone che terrorizzava gli abitanti di Temesa, città situata sul Tirreno cosentino, e poi sarebbe stato vincitore negli agoni di Olimpia nella specialità del pugilato. L’ipotesi di Stucchi è, in estrema sintesi, che Il Bronzo A rappresenti Eutimo di Locri ritratto quale eroe guerriero vincitore a Temesa, e la statua sarebbe opera dell’eccelso scultore Pitagora di Reggio. La sua realizzazione sarebbe stata compiuta poco dopo il 470 a.C.
Il Bronzo B, invece, raffigurerebbe lo stesso Eutimo di Locri, stavolta presentato come un pugile, eroizzato dopo la morte. Questa statua sarebbe opera di un artista magnogreco, che avrebbe operato poco prima del 425 a.C.
L’ipotesi di Sandro Stucchi ha il merito di essere la prima a partire da un tentativo di ricostruzione complessiva delle due statue, restituendo gli elementi che sono andati perduti. In particolare, valore probante avrebbe la cuffia che si deve integrare sulla testa del Bronzo B, visibile sotto l’elmo corinzio che era presente in antico sulla statua. Secondo lo Stucchi, questa cuffia sarebbe quella che caratterizzava l’iconografia dei pugili, quale appunto era Euthymos secondo il mito. Osservando, invece, il copricapo dei pugili, come risulta, ad esempio, nella statua dell’atleta Amelung, si può notare come il cappuccio dei pugili appaia iconograficamente molto diverso da quello ipotizzabile per il Bronzo B, con due lembi laterali molto lunghi, e soprattutto senza il paranuca che caratterizza la cuffia sulla statua da Riace.

Un’altra osservazione riguarda l’attribuzione al celebre scultore Pythagoras. Nelle fonti, infatti, l’autore della statua di Euthymos di Locri risulta essere Pitagora di Samo e non l’omonimo, molto più celebre, di Reggio. Gli studiosi, di recente, hanno tentato di riunire i due scultori in un’unica figura. In quest’ottica, gli archeologi hanno immaginato, senza però il conforto delle fonti, il “romanzo” di un esule di Samo che, giunto a Rhegion, ne divenne cittadino.
Tale teoria non tiene conto, a nostro avviso, di due dati contrastanti: in primo luogo, Pitagora aveva a Reggio anche una sorella, il cui figlio Sostrato divenne suo allievo e continuatore della scuola bronzistica reggina, iniziata con Clearco reggino; le fonti, poi, non fanno confusione tra le opere di Pitagora di Reggio e quelle di Pitagora di Samo, dimostrando di sapere distinguere tra i due diversi scultori. Mentre gli antichi celebrano sempre e solo Pitagora reggino, è dimostrato che il Pitagora samio – omonimo anche del ben più celebre matematico e filosofo – “firmava” le sue opere proclamandosi di Samo, come si può vedere in una base di statua in cui si legge il nome dello scultore.


Osservazioni:

- valore probante avrebbe la cuffia visibile sotto l’elmo del Bronzo B, che sarebbe stata tipica dei pugili, quale Euthymos risulta dal mito (in verità la cuffia dei pugili appare iconograficamente molto diversa); 

- nelle fonti lo scultore Pythagoras, autore della statua di Euthymos di Locri, era quello di Samo e non l’omonimo, molto più celebre, di Reggio.

         

                    

Ipotesi E. Paribeni

Bronzo A:
un eroe, forse Aiace Oileo (artista peloponnesiaco, 460-450 a.C.)
Bronzo B: uno stratego (artista atticizzante, 410-400 a.C.)
Ricostruzione grafica di un tipo di Ares frequente nelle figure pompeiane

                 

E. Paribeni ritiene che il Bronzo A rappresenti un eroe, forse Aiace Oileo, e che esso sia opera di un artista peloponnesiaco, che l’avrebbe realizzata nel 460-450 a.C. Il Bronzo B, invece, raffigurerebbe uno stratego, realizzato da un artista atticizzante tra il 410 ed il 400 a.C. Per arrivare a queste conclusioni, lo studioso riconosce con chiarezza, innanzi tutto, la fattura non attica del Bronzo A, cosa che lo porta ad indagare nella celebre e celebrata scultura della Magna Grecia, di cui però abbiamo perso quasi tutto. Come Sandro Stucchi, anche il Paribeni valorizza il luogo di rinvenimento delle due statue – Riace, che si trova nella Locride reggina –, dimostrando di non credere all’ipotesi dell’abbandono in mare dei due bronzi da parte di una nave, dovuto alla necessità di alleggerire il naviglio a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Per quanto riguarda le attribuzioni proposte, c’è da dire che Aiace Oileo, rappresentato secondo Paribeni nel Bronzo A, ha come unica prova a sostegno quella di essere un eroe “nazionale” dei Locresi Ozoli in Grecia, fondatori della Locri d’Italia, mentre, per il Bronzo B, lo studioso si è mantenuto molto più prudente, non tentando alcuna ipotesi. Per quanto attiene alla ricostruzione degli elementi mancanti, il Paribeni, stando ai confronti proposti, dimostra di credere che il Bronzo B tenesse nella mano destra una spada, mentre è stato accertato, sulla base del piombo presente nella cavità della mano stessa, che la statua portasse una lancia. Un’ultima parola a proposito della datazione delle due statue. Il Paribeni si allinea alla corrente di coloro che vedono tra il Bronzo A e quello B una distanza cronologica molto elevata, ritenendo il Bronzo A opera di Stile Severo, mentre il Bronzo B apparterrebbe allo Stile Classico maturo. C’è da dire, a questo proposito, che tali osservazioni sembrano derivare esclusivamente dalla perfetta conoscenza che abbiamo dell’evoluzione della scultura di Atene, mentre – come, del resto, capita anche con il Giovane di Mozia e con tutte le altre statue della grecità occidentale – tali cognizioni vengono messe fortemente in crisi dalle opere di scuole artistiche diverse da quella attica (peloponnesiaca, magnogreca, siceliota). Tale aspetto è messo efficacemente in evidenza dagli studi dell’americano R.R. Holloway, che ritiene perciò le due statue da Riace prodotti d’eccellenza della scultura siceliota, raffiguranti una coppia di ecisti di qualche polis di Sicilia, opera del medesimo autore.

 

Osservazioni:

- Lo studioso riconosce con chiarezza la fattura non attica del Bronzo A.

-
Aiace Oileo, rappresentato nel Bronzo A, ha come unica prova a sostegno l'essere un eroe "nazionale" dei Locresi Ozoli in Grecia, fondatori di Locri in Italia.

 

 

Ipotesi C. Rolley

Bronzo A: ero
e eponimo attico?
(artista attico, 460 a.C.) 
Bronzo B: ero
e eponimo attico, 
(scuola fidiaca, 430 a.C.)
 

Molto articolata è l’ipotesi offerta da C. Rolley rispetto alle due statue da Riace. Innanzi tutto, per lo studioso, il Bronzo A rappresenterebbe, forse, eroe eponimo attico, opera di un artista ateniese, operante verso il 460 a.C. Nel Bronzo B, invece, il ricercatore vede un altro eroe eponimo attico, ma stavolta viene chiamata in causa la scuola fidiaca, proponendo di conseguenza una datazione al 430 a.C.
Rispetto agli altri studiosi, C. Rolley presenta una ricostruzione dei due Bronzi completamente differente. In primo luogo, egli è convinto che la statua A sia stata ideata e realizzata senza elmo. A prova di questa affermazione, lo studioso porta la presenza di un perno tagliato e ribattuto in antico, che, a suo dire, doveva essere pertinente ad un meniskos, una sorta di protezione della testa della statua contro gli escrementi degli uccelli. Conseguentemente, la fascia che la statua A presenta all’altezza delle tempie, non essendo nascosta dall’elmo, doveva avere un significato iconografico specifico, raffigurando, secondo il Rolley, un diadema (il segno del re, equivalente alla corona odierna), che doveva permettere l’identificazione di un sovrano attico.
Quella del meniskos sembra essere una ipotesi che non regge alla prova dei fatti, giacché è molto più verisimile che, per sostenere l’elmo corinzio, ci si sia avvalsi di un perno, che, una volta rottosi, sia stato sostituito da un altro, più robusto, che è stato rinvenuto ancora al suo posto al centro della testa.
Anche l’ipotesi del diadema non sembra più accettabile, perché i segni sulla testa del Bronzo A dimostrano inequivocabilmente la presenza di un elmo, che nascondeva quasi completamente la fascia. Lo stesso diadema, poi, nelle sue rappresentazioni è sempre mostrato più stretto, e, soprattutto, dotato di due fasce pendenti dietro la nuca, assolutamente non presenti nella fascia della testa del Bronzo A. Questa fascia, invece, sembra, naturalisticamente, rappresentare una protezione tra la testa e l’elmo, un unicum che si deve alla incomparabile accuratezza e perfezionismo del Maestro del Bronzo A, che non trova al momento confronti nelle opere antiche rimaste. A riprova di questa eccellenza, il Maestro del Bronzo A ha realizzato delle orecchie anatomicamente perfette, ma che sono completamente nascoste dai riccioli che vi saldato sopra; ha realizzato i capelli sulla sommità della testa, che erano quasi interamente occultati dall’elmo corinzio; ha realizzato labbra e capezzoli in rame, occhi in avorio, pupille in pasta vitrea e denti in argento. Sono tutti particolari di estrema finezza che fanno della Statua A l’opera più straordinaria dell’intera storia dell’arte mondiale.

 

Osservazioni:

- L' ipotesi Rolley presenta un punto fermo successivamente dimostratosi errato: il perno sulla testa del Bronzo A;

- Ipotizzando che il perno sulla testa è una protezione contro gli uccelli,
Rolley ha creduto ad un Bronzo A originariamente senza elmo. Ma il perno semplicemente serviva a sostenere lo stesso elmo.